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Breve storia urbana di Gallodoro

Posto su un terreno acclive della cosiddetta Vallis Aurea, l’attuale centro urbano di Gallodoro è il portato di una serie di sedimentazioni architettoniche, disposte nel tempo e nello spazio in maniera tale da fargli assumere l’aspetto di una cavea di teatro, ove gli  edifici,  addossati l’uno sull’altro, conferiscono all’insieme tratti caratteristici e scorci pittoreschi.

La lettura morfologica dell’insediamento di Gallodoro suggerisce, anche alla luce delle fonti storiche, la motivazione prevalente della sua genesi. Il primo nucleo abitativo nasce, in prossimità di contrada Piano, dall’aggregazione di diversi edifici intorno ad un polo preminente, costituito da quella che diventerà la chiesa principale del paese: la Matrice di S. Teodoro Martire. Sulla base di ciò si può supporre, per sommi capi, che in origine ovvero  in età bizantina, l’edificio chiesastico fosse di dimensioni ridotte, una piccola chiesa rurale o cappella padronale, che sita nell’unica via di transito che collegava la parte bassa a quella alta della valle, fosse divenuta nel tempo un punto di riferimento socio-religioso per tutti coloro che lavoravano e risiedevano in dimore sparse in questa parte del territorio che faceva capo a Taormina.

Con ogni probabilità, sotto il dominio dei Normanni, la piccola chiesa di S. Teodoro assunse, con il consenso dell’arcivescovo di Messina e  l’egida e il controllo dell’arciprete di Taormina, le prerogative di parrocchia con relativi diritti battesimali e di sepoltura. L’esigua popolazione rurale – ribadiamo, dapprima dimorante in siti sparsi della Vallis Aurea – si concentrò man mano attraverso l’edificazione di manufatti abitativi attorno e alle spalle della chiesa, poiché di essa ci si serviva in occasioni delle varie attività liturgiche (messe domenicali, feste raccomandate, battesimi e riti di sepoltura), divenendo così un centro di aggregazione sociale.

A causa di un naturale processo di erosione, dovuto alle piene stagionali del torrente principale che rendeva franoso il territorio, con la presenza di un burrone (in passato utilizzato come immondezzaio pubblico), si riscontrava un asse di frammentazione che formava un limite geomorfologico per l’espansione di nuclei abitativi nella parte meridionale della chiesa. Di conseguenza ciò ha provocato per la formazione dell’annucleato residenziale, anche in presenza di un dislivello orografico sempre più accentuato oltre la contrada Piano, lo sviluppo di fasce edificatorie a “gradonature” che vanno grosso modo dal basso verso l’alto, e da oriente verso occidente.  

L’antico borgo non era fortificato ma le case situate sul versante est e rivolte a valle, erano sufficientemente addossate e incatenate l’un con l’altre tanto da formare una cortina muraria, atta a scoraggiare qualsiasi minaccia provenisse dall’esterno. A conferma di ciò, si veda il brano paesistico di Gallodoro, raffigurato da un ignoto pittore in una tela del tardo Seicento, conservata attualmente nel locale museo parrocchiale: l’immagine pittorica ci aiuta a leggere, come fonte storica seicentesca, la struttura insediativa attraverso un livello di fedeltà molto verosimile dei luoghi e dei manufatti architettonici più rappresentativi. Innanzi tutto, l’inquadratura del paese è analoga a tutte quelle fotografie odierne che, scattate in contrada Chiodo o in prossimità, riproducono l’immagine generale del paesaggio urbano. Si osservi con attenzione, in fondo all’abitato, la turrita chiesa di S. Teodoro con annessa torre campanaria, coronata dalle merlature dei tetti, noto esempio di ecclesia munita. Oppure, per riprendere il discorso di prima,  la cortina muraria composta da edifici che si dipartiva nei pressi della chiesa di S. Rocco (ubicata alle spalle della Matrice), saliva lungo la contrada Pantano fino a riannodarsi, in alto, con il quartiere Pigno. Da questa cintura abitativa si apriva il Porticato (da cui prende nome il quartiere), una sorta di grande porta del paese,  luogo di transito e di collegamento tra il chiuso delle mura domestiche e l’aperto dei campi terrazzati di campagna. O ancora, in alto, si noti la presenza di un altro corpo chiesastico che si può identificare nella chiesa dell’Assunta (o, con minori probabilità, con quella di S. Sebastiano). All’estrema sinistra della rappresentazione si scorge (non senza fatica) una massiccia torre cilindrica anch’essa merlata, avente funzione di avvistamento e di comunicazione con le torri di marina, posta in posizione strategica tra il quartiere di S. Nicola e la contrada Gonia. La torre “sentinella” si limitava a controllare il versante ovest del paese, ove la difesa era agevolata in maniera alquanto naturale dalla conformazione orografica del territorio, composto da pareti rocciose con le caratteristiche punti e rocche, che rendevano impervia e ardua qualsiasi impresa di scalata di possibili assalitori.

Nel periodo preso in esame, la popolazione di Gallodoro si attesta in 1246 unità “allocate” in 305 case, secondo i dati censiti nel 1652. Oltre un secolo dopo (anno 1760), il numero degli abitanti diminuisce leggermente a 1196 unità, ma cresce notevolmente il numero d’abitazioni in 584 case. Ciò comporta il passaggio da forme di villaggio rado (visibile nella fonte figurativa oltre la cortina abitativa), ossia a dimore intervallate l’una dall’altra dalla presenza di spazi liberi, adibiti in prevalenza ad orti e giardini, a forme insediative compatte, ove tali spazi lasciano il posto nel tempo alla costruzione di nuovi edifici. Tale processo insediativo continuerà anche nel periodo che va dalla metà dell’800 agli anni ’30 del secolo successivo, ma stavolta in concomitanza con l’aumento demografico che si registra attraverso le fonti statistiche.

Ritorniamo al ‘600, epoca che segna un deciso cambiamento nella storia della comunità rurale di Gallodoro. In particolare, il momento di svolta coincide con l’anno 1634 allorché, nel giro di pochi giorni, la nobildonna messinese Francesca Porzio Reitano mette a segno due prestigiose acquisizioni: il 23 febbraio, gli viene ufficialmente riconosciuto l’atto di acquisto della terra di Gallodoro con relativo titolo di marchesato, versando nelle casse della Regia Curia la somma di once 13.240,  sancendo di fatto il distacco civile da Taormina. Qualche giorno dopo, il 27 febbraio, ottiene dal viceré Ferdinando Afan de Ribera, duca di Alcalà, la “licentia populandi”. Con tale privilegio la neomarchesa ha la possibilità di poter popolare, all’interno del territorio di Gallodoro, il vicino sito di Castellaci – il cui nome avrebbe ereditato il nuovo villaggio – collocato a quota 500 s. l. m., in posizione dominante rispetto alla Vallis Aurea e a quella del Chiodaro. L’edificazione dell’acrocoro di Castellaci, come era ricorrente in questi casi, doveva favorire l’afflusso di nuove persone dai paesi vicini, allettati al trasferimento dalla concessione gratuita o agevolata sia di lotti per costruire case che di terre da coltivare, oltre che dall’offerta agli stessi di vantaggi giuridici e fiscali. I lavori per edificare l’abitato iniziarono verso la metà del secolo, e prevedevano la costruzione di torri e di cinte murarie per la difesa, con – sempre stando alla licenza – il sorgere di un fortilizio oppure di un castello (“fortilitium sive castrum”). All’interno del perimetro urbano dovevano trovare spazio due chiese, di fatto rimaste incomplete ed esposte al degrado, come si può ben vedere ancora oggi: l’una, la chiesa di S. Leonardo (così battezzata dalla tradizione popolare), posta nella parte meridionale, caratterizzata da una semplice costruzione ad aula unica con abside quadrata, i cui lavori di alzato erano in buono stato di avanzamento. L’altra chiesa (priva di dedica), si trova a qualche centinaio di metri dalla “portedda” (porta d’entrata) di Castellaci, e solo con difficoltà s’intravede l’originario assetto planimetrico (analogo a quella di S. Leonardo) disegnato dai muri perimetrali, poiché, all’alba del ‘900, ha subito nella parte absidale un notevole rimaneggiamento, con l’elevazione di una casa colonica. Con la famosa Rivoluzione di Messina (1674-1678), si arenò in maniera improvvisa e definitiva il progetto di fondare il villaggio di colonizzazione a Castellaci. Fautori e protagonisti della fazione dei Malvizzi, usciti sconfitti dalla disputa con il partito filospagnolo dei Merli, i marchesi Reitano pagarono a caro prezzo la loro avversione al governo spagnolo, con l’esilio e la confisca dei beni, e con la conseguente perdita nel 1677 del marchesato di Gallodoro. E’ da pensare che la mancata popolazione di Castellaci non provocò molto dispiacere nell’animo di gran parte dei gallodoresi: la costituzione di un nuovo villaggio posto in posizione preminente e in prossimità del loro, veniva percepita come una seria minaccia non solo o non tanto dal punto di vista del dominio politico della valle, bensì per lo sfruttamento economico di essa. Un’eccessiva pressione antropica sul territorio, infatti, avrebbe condotto a un massiccio sfruttamento delle terre incolte, le quali sarebbero stata convertite a monocoltura cerealicola, a grave danno della produzione bovina e silvopastorale, e con il risultato di penalizzare l’economia sì di sussistenza ma incentrata sulla varietà alimentare, su cui si reggeva gran parte della comunità locale.

La costruzione dei manufatti architettonici di tipo residenziale a Gallodoro, fino a mezzo secolo fa, richiedeva una forte interazione con il contesto ambientale. Nel senso che l’incidenza dei fattori ambientali come il clima, la morfologia del territorio e le risorse disponibili condizionavano fortemente i modelli abitativi. Non solo, anche gli aspetti sociali giocavano un ruolo preponderante per gli assetti del paesaggio urbano e territoriale. Il reperimento nel proprio ambiente di pietra (calcarea e arenaria), di legname (in prevalenza di castagno), di sabbia (di torrente) e di calce come legante prodotta nelle fornaci locali, come del resto le tegole e mattoni d’argilla, costituivano risorse costruttive per le dimore gallodoresi. Queste, sulla base di un doppio registro architettonico, ben visibile e facilmente riconoscibile morfologicamente per stabilire lo status sociale dei residenti, si contraddistinguono in dimore rurali e dimore signorili.

La casa rurale si configura di solito, considerata la posizione di pendio dell’agglomerato di Gallodoro, in una struttura bicellulare a piani sovrapposti: il rustico al piano terra o seminterrato, l’abitazione al primo piano. L’esiguità di superficie costruttiva rispecchia la parcellizzazione della proprietà fondiaria del ceto popolare. L’edificio rurale costruito, in verticale, su grossi muri portanti in pietra grezza e calce, e, la parti orizzontali, con solai e coperture in legno, viene ripartito in base alle funzioni che assumevano i vari locali: al pian terreno, alla stalla-pagliaio subentra nel tempo il magazzino (catoio) per la conservazione del vino, dell’olio e di tutte le derrate alimentari prodotte dal duro lavoro di campagna; era raro trovare la bottega artigianale. Altrettanto piccolo ambiente si ritrova al piano superiore – a cui si accedeva dall’interno attraverso una ripida scala lignea – ove una tramezza in legno divideva la cucina, con focolare e forno (in alcuni casi il corpo fuoriusciva dal muro perimetrale), e la camera da letto arredata modestamente con il letto matrimoniale, poggiante su assi in ferro (trispiti) con materassi rivestiti con paglia o lana, e altri letti per la prole, sotto un tetto incannicciato. All’esterno, talvolta la facciata viene rafforzata con un grosso muro di sostegno – a mo di contrafforte –  voltato a botte in corrispondenza delle porte d’accesso, su cui si dispiega all’altezza del primo piano un ballatoio (astricu). Le aperture sono incorniciate con semplici stipiti  e architravi in pietra arenaria, con infissi in legno con rustiche tamponature. Elementi caratteristici delle facciate sono le improvvisate mensole litiche su cui si collocavano i vasi con le erbe aromatiche; i “furnedda” che si aprivano dai muri della casa, in cui si ricoveravano le galline o il maiale domestico. Nella civiltà contadina era molto frequente la pratica dell’autocostruzione delle abitazioni. Cosicché l’architettura rurale si concepisce all’insegna della spontaneità. A parte la scelta locazionale sempre vincolante, essa prende forma e si sviluppa senza un piano preordinato o progetto d’esecuzione, ma solo attraverso la volontà creativa e l’intelligenza fabbrile del capofamiglia che, improvvisandosi all’occorrenza mastro-muratore, aiutato dal vicinato e dai figli, con i mezzi materiali offerti dall’ambiente, le tecniche costruttive ereditate dalla tradizione, tira su con molti sacrifici la propria dimora.

Diversamente sorge la cosiddetta dimora signorile, nella quale il lavoro di costruzione viene pianificato prima, servendosi delle migliori maestranze, secondo le disposizioni e le possibilità economiche (in taluni casi cospicue) del committente: grande proprietario terriero o marchese del luogo. Anche la dimora signorile si articola su due piani sovrapposti, e si distingue per l’uso e la funzione, al piano terra adibito a magazzini, al primo piano ad abitazione; ma (l’analogia con le abitazioni rurali termina qui) la struttura signorile dispone di un’ampia volumetria che, dovuta alla vastità di terreno posseduto dal proprietario, si sviluppa in orizzontale. L’aspetto esterno della casa è sempre ben rifinito da intonaci e integrato da balconi quasi per ogni vano abitato, che si sporgono dal lato valle e sono sostenute da mensole acconciate con elementi, in alcuni casi, antropomorfi. Incorniciata dagli stipiti e archivolti in pietra sostenuti dalla chiave (con incisa le iniziali del proprietario e/o l’anno di costruzione del fabbricato), sulla cui sommità talvolta fa sfoggio lo stemma nobiliare, l’entrata principale del palazzo introduce direttamente al piano nobile, così essa si rivolge a tramontana e dà sulla via retrostante. Le porte secondarie del prospetto sono caratterizzate da un arco ribassato e gli stipiti delle finestre sono decorate con motivi di estrema semplicità. I vani interni dell’abitazione, divisi da pareti in muratura intonacate, con soffittatura in damuso (canne coperte da gesso) e pavimenti lastricati con mattonelle in cotto (raro in maiolica), si articolano in cucine, sala da pranzo e camere da letto.

A seguito dei continui “richiami” del vallone adiacente la chiesa Matrice di S. Teodoro, che ne pregiudicavano l’assetto statico dell’edificio, si decise di trasferire verso la metà dell’800 la sede dell’Arcipretura ecclesiastica (nel frattempo acquisita non senza un’ultrasecolare controversia con quella di Taormina) nella chiesa di S. Maria Assunta. I lavori di rifazione dell’ex complesso dei Gesuiti (espulsi nel 1767), che doveva ospitare la nuova sede arcipretale, ridisegnarono un nuovo scenario urbano, una riqualificazione (diremmo oggi) che fa assumere una nuova valenza simbolica dello spazio, con l’eliminazione dell’ortus conclusus, luogo di riposo e di meditazione dei frati gesuiti, e la realizzazione di una piazza pubblica, spazio per eccellenza di ritrovo e d’interazione sociale. Il trasferimento di sede comportò, con l’abbattimento nefasto della Matrice (e la perdita dell’autonomia comunale a vantaggio di Letojanni nel 1879), lo spostamento del baricentro socio-religioso e politico dalla parte bassa del paese a quella centrale. Nel volgere di pochi decenni gli eventi susseguitesi confermeranno fino ai nostri giorni, questo nuovo assetto monocentrico di Gallodoro. Nel 1952 il piccolo borgo riacquista l’indipendenza amministrativa con la conseguente costruzione del palazzo municipale, in prossimità della chiesa parrocchiale. Nello stesso torno di tempo si realizzano le strade interne di collegamento e l’edificio delle scuole elementari; l’abitato viene dotato di luce elettrica e di rete idrica, per cui l’acqua si attinge direttamente in casa e non più dalle affollate fontane pubbliche disseminate per il paese. Le case dei contadini vengono riammodernate con la dotazione dei servizi igienici, oppure abbandonate per il trasferimento delle famiglie nelle nuove case popolari edificate nella parte alta del paese, ove sorgeranno nuovi quartieri residenziali in cemento armato che favoriranno il processo di svuotamento del centro storico. I servizi essenziali quali la farmacia, la posta e l’ambulatorio medico oltre ai bar e ai tabacchi rimarranno al centro. Per concludere, nel 1978 il Comune acquista Palazzo Mangano, edificato al tramonto dell’Ottocento per volontà del facoltoso Don Domenico Cacopardo per donarlo al figlio, esso costituisce l’ultima residenza signorile ed un unicum architettonico per Gallodoro. A differenza delle altre dimore signorili, Palazzo Mangano (così denominato per via del cognome della moglie dell’ultimo erede) progettato dall’ing. Giuseppe Mangano si caratterizza per un diverso assetto architettonico e residenziale: costruito dai fratelli Rao (nota famiglia di costruttori di Taormina) su tre piani (di cui l’ultimo rientrato rispetto ai sottostanti, con copertura a terrazze), si articola in tre vani scanditi da aperture, al pian terreno, con il portone principale al centro e le porte-finestre ai lati e, al primo piano, in corrispondenza, con tre finestroni con relativi balconi. I finimenti in pietra calcarea locale (realizzati nel 1897 da una famiglia di scalpellini, gli Andò) e gli intonaci dalle cromie tenui (alterati oggi da un deprecabile lavoro di ristrutturazione) del prospetto gli conferivano un aspetto austero e signorile allo stesso tempo, con giardino sottostante e la grande scalinata laterale (in gran parte ancora esistente) che scendeva fino al cancello d’uscita della tenuta. Nella parte retrostante prevaleva, invece, la dimensione rurale con una serie di corpi rustici disposti a una certa distanza dal palazzo, ma ad esso collegato da un corridoio sopraelevato da cui si accedeva direttamente dalle cucine; accanto ad esse si trovavano la cantina e il palmento e un grande orto recintato con pozzo d’acqua. Da qualche decennio il palazzo ospita la sede della biblioteca comunale, e da quest’anno la facciata principale viene illuminata con tre fasce di luce tricolore per commemorare l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia.